1902, dall'Alcyone, nelle Laudi


La pioggia nel pineto

Taci. Su le soglie del bosco non odo parole che dici umane; ma odo parole più nuove che parlano gocciole e foglie lontane. Ascolta. Piove, dalle nuvole sparse. Piove su le tamerici salmastre ed arse, piove sui pini scagliosi ed irti, piove su i mirti divini, su le ginestre fulgenti di fiori accolti, su i ginepri folti di coccole aulenti, piove su i nostri volti silvani, piove su le nostre mani ignude, su i nostri vestimenti leggeri, su i freschi pensieri che l’anima schiude novella, su la favola bella che ieri t’illuse, che oggi m’illude, o Ermione. Odi? La pioggia cade su la solitaria verdura con un crepitio che dura e varia nell’aria secondo le fronde più rade, men rade. Ascolta. Risponde al pianto il canto delle cicale che il pianto australe non impaura, né il ciel cinerino. E il pino ha un suono, e il mirto altro suono, e il ginepro altro ancora, stromenti diversi sotto innumerevoli dita. E immersi noi siam nello spirto silvestre, d’arborea vita viventi; e il tuo volto ebro è molle di pioggia come una foglia, e le tue chiome auliscono come le chiare ginestre, o creatura terrestre che hai nome Ermione. Ascolta, ascolta. L’accordo delle aeree cicale a poco a poco più sordo si fa sotto il pianto che cresce; ma un canto vi si mesce più roco che di laggiù sale, dall’umida ombra remota. Più sordo e più fioco s’allenta, si spegne, risorge, trema, si spegne. Non s’ode su tutta la fronda crosciare l’argentea pioggia che monda, il croscio che varia secondo la fronda più folta, men folta. Ascolta. La figlia dell’aria è muta: ma la figlia del limo lontana, la rana, canta nell’mbra più fonda, chi sa dove, chi sa dove! E piove su le tue ciglia, Ermione. Piove su le tue ciglia nere sì che par tu pianga ma di piacere; non bianca ma quasi fatta virente, par da scorza tu esca. E tutta la vita è in noi fresca aulente, il cuor nel petto è come pesca intatta, tra le palpebre gli occhi son come polle tra l’erbe, i denti negli alveoli son come mandorle acerbe. E andiam di fratta in fratta, or congiunti or disciolti (e il verde vigor rude ci allaccia i malleoli c’intrica i ginocchi) chi sa dove, chi sa dove! E piove su i nostri volti silvani, piove su le nostre mani ignude, su i nostri vestimenti legeri, su i freschi pensieri che l’anima schiude novella, su la favola bella che ieri m’illuse, che oggi t’illude, o Ermione.

Montale, da Satura, 1971


Piove

Piove. È uno stillicidio senza tonfi di motorette o strilli di bambini. Piove da un cielo che non ha nuvole. Piove sul nulla che si fa in queste ore di sciopero generale. Piove sulla tua tomba a San Felice a Ema e la terra non trema perché non c'è terremoto né guerra. Piove non sulla favola bella di lontane stagioni, ma sulla cartella esattoriale, piove sugli ossi di seppia e sulla greppia nazionale. Piove sulla Gazzetta Ufficiale qui dal balcone aperto, piove sul Parlamento, piove su via Solferino, piove senza che il vento smuova le carte. Piove in assenza di Ermione se Dio vuole, piove perché l'assenza è universale e se la terra non trema è perché Arcetri a lei non l'ha ordinato. Piove sui nuovi epistèmi del primate a due piedi, sull'uomo indiato, sul cielo ominizzato, sul ceffo dei teologi in tuta o paludati, piove sul progresso della contestazione, piove sui works in regress, piove sui cipressi malati del cimitero, sgòcciola sulla pubblica opinione. Piove ma dove appari non è acqua né atmosfera, piove perché se non sei è solo la mancanza e può affogare.

5 agosto 2007, Li ho parAmati tutti

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La pioggia nel pineto

Taci. Oh no! su le soglie del bosco non odo le parole che dici, ruffiana; ma odo magagne più nuove che parla quella verzura lontana. Ascolta. Piove, da quelle nuvole sparse, farà anche bene alle tamerici salmastre ed arse, piante dei miti, ma per noi son rogne peggiori adesso che siam fuori dei nostri vestiti... Hai sentito? I primi tuoni che rottura, sì, di coglioni! E ci siamo appena tolti i sandali puteolenti e i vestiti di Armani raccolti, con sopra le lenti… Dio santo, già piove: sopra le mie spalle ignude ho sentito gocce e alle mani qua piove prima ancora dei due pensieri che l’anima schiude novella, su la favola bella che ieri c’illuse… lo so, a portarti quaggiù sono stato scimmione. Aspettiamo? Che fai, ti rivesti? No? Ma dove corri, che facciamo con questi? Ascolta sul campo di verdura il crepitío che dura e adesso aumenta nell’aria, sfiga straordinaria… Cosa? Se sento il canto delle cicale che risponde al pianto australe? Ma chissenefrega piove e qui vicino non c’è un posto, un riparo dove rifugiarsi davvero… Lì oltre il pino c’è una tettoia quasi sfatta ma come ci si arriva è quasi in priva di accesso porca troia! mi dispiace non ce l’ho fatta ad evitarti di scivolare in questo cesso di acque… lustre si fa per dire… Tienti la tua roba, andiamo non voglio che ci si perda si, ti amo, in questo campo palustre, ma effettivamente è una spianata d’acqua di merda ma che gridi! la giornata è rovinata e tu ridi! Il tuo volto mi pare ebro di quest’orgia silvestre ma son stato io a farti bere molle di vino e di pioggia e tu ridi, o creatura pedestre... …e non chiamarmi scimmione. Sì, ascolto, ascolto, d’accordo le aeree cicale friniscono ma è meglio se la finiscono che m’hanno rotto il culo Dio santo, adesso il pianto dell’acqua cresce ancora, è mezz’ora che piove; toh, guarda, dove? un capanno del pesce e un fuoco ma c’è gente che sale, che esce dove vuoi che andiamo conciati così male? E anche il fuoco è sempre più fioco s’allenta, si spegne, cazzo di gioco… Oddio, cosa viene dal mare. s’ode su tutta la fronda aumentare questa pioggia profonda, uno scroscio, che pena! che freddo lungo la schiena... Andiam dall’altra parte verso sera ché nudi così non arte ma siam da galera la strada è lontana, guarda, una rana! par ci coglioni figlia di puttana adesso sprofonda nell’ombra La schiaccerei se la melma non fosse così fonda. Al diavol l’Armani e tutti i suoi pari dammi le mani, in fretta è meglio che ti rimetta la tue vesti addosso saltando il fosso che magari le perdiamo. Neanche mi godo unti come siamo veder che ti rivesti E piovono gocce fredde, una più dell’altra dura docce d’un’avventura di fango e par che tu pianga non sarà di piacere? Cosa? Un tango, qui? ma tu sei matta sì, e anche un poco fatta di roba bianca e d’erba demente, Siam bagnati fin dentro l’anima ci prendiamo la morte e tu ti senti forte a me il cuor nel petto batte come un paio di ciabatte con la suola di legno spettacolo indegno è un’ora andiam di fratta in fratta, con la faccia ormai sfatta or congiunti or disciolti in viso stravolti e negli occhi il rovo ci allaccia i mallèoli ci sbrana c’intrica i ginocchi, porca puttana!, Siam laceri come reduci di guerra sporchi di terra e tu ridi ancora, per questo sentiero adesso che pure la sera si fa tersa e io sono incazzato nero per quest’occasione persa affanculo la favola bella che ieri m’illuse, che oggi t’illude E non chiamarmi scimmione!