16 luglio 2026

793 - s. 590

Il mio primo dentino

Avevo cinque anni forse, o più in là, quando cadde il mio primo dentino; «Lascialo in cima al piatto, e poi vedrai: la formica ti porterà un bel soldino». Restai perplesso: «E che se ne farà d’un bianco ossetto, ormai senza destino? Perché mai proprio a me ricomprerà quel nulla, con un lucido soldino?». L'indomani trovai cento lire accanto: il dente c'era ancor, la moneta pure. Pensai: «Che forza immensa ha questo incanto, se una formica regge tali armature!». Ma già intuivo, e fu sogno infranto, che i grandi fanno fiabe... per paure.
794 Nel tempo in cui più lieve è la memoria, quando il mattino basta a far tesoro, vivevo ignaro d’ogni vana storia. Cadde un dentino, piccolo lavoro del tempo che già lima la persona, pur se pareva un danno e non decoro. Allor mi disse la famiglia burlona: «Ponilo sopra un piatto, sulla credenza; la formica verrà, e lei non suona, e ti lascerà una giusta semenza, ché porta il soldo a chi quel dente lascia, secondo un antico uso o credenza». Li guardai con le pupille in ambascia di chi comprende poco e molto chiede, né il primo dubbio facilmente fascia. «Che mai ne fa?» dicevo. «A che le chiede un dente caduto, quotidiana prosa? Qual utile nel bianco che si cede? E perché mai sarà sì generosa da dare cento lire per quel niente? » La cosa parve alquanto misteriosa. Posai quel dente, e attesi paziente, quasi spiando il passo dell’insetto che mai non vidi farsi qui presente. Ma quando il sole aperse il suo tragitto, trovai la moneta presso al dentino: stavan vicini, come per un patto scritto. E il mio pensier seguì diverso cammino: «Se veramente fu quella formica, ha forza più che grande d’un bambino. Come trasporta, piccola e pudica, un tondo peso cento volte maggiore? Qual arte ignota il suo cammin implica?» Così cercavo, con sincero ardore, ragione là dove regnava il gioco, misurando il prodigio col candore. Ma già s’era disfatto, a poco a poco, un altro velo che copriva il mondo, lasciando il cuore più maturo e fioco. Tre volte avevo atteso, nel profondo della mia stanza, gli occhi ben destati, fingendo il sonno con respiro tondo. Tre volte vidi gli zii, cauti e garbati, schiudere l’uscio e subito partire, credendomi fra i sogni già calati. Compresi allora, senza più mentire, che Babbo Natal dalla barba bianca non soleva dal cielo mai venire. Che delusione: l’anima, che arranca quando la prima favola si rompe, sentì la fede farsi alquanto stanca. Allor pensai, fra mille rotte pompe: «Perché gli adulti narrano ai bambini ‘sta fola, ch’ogni fiducia interrompe? Perché adornare il ver con sì bei lini, se poi bisogna un giorno disfar tutto, e lasciare i pensieri più meschini?» Molti anni corsi dopo quel costrutto, e ancora torno a quel remoto giorno, quasi cercando il senso del suo frutto. Forse ogni cuore, nel suo primo adorno, ha bisogno d’un ponte e d’una luce prima che il vero mostri il suo contorno. La fola non è sempre chi seduce per trarre in fallo l'anima inesperta, ma mano che nel crescere conduce. Pur resta in me la domanda scoperta: se il mondo è bello senza mascherarsi, perché la verità giunge coperta? Forse i grandi, incapaci d’arrestarsi davanti al pianto d’un’età che passa, inventan sogni per non separarsi. E il soldo, il dente e quella lieve massa non fur l’inganno che più mi dolse: fu il vedere l’infanzia presa bassa. Così la formica mai non colse; ma nel cercarla imparai, senza rumore, che il primo dubbio già mi sciolse. E forse cresce davvero il cuore non quando scopre il mondo tutto intero, ma quando interroga l’altrui candore.