All’Inferno |
SATIRE |
Io scesi giù, là dove il riso muore e vanità si veste di corona, tra luci finte e specchi senza onore. Vidi un che stava sopra una poltrona, coperto d’oro, trucco e mitra in testa, la voce roca e l’aria da persona che crede il mondo suo, pur se la festa è spenta e resta solo il fumo stanco. «Chi sei?» gridai, «ché qui nessun resta con tanto vanto e stomaco in bianco.» Rispose: «Son colui che feci grande la patria mia, col tweet, col muro e il banco!» Poi rise forte, e denti come bande d’avorio falso mostravano splendore, ma il petto era gonfiato da domande senza risposta, e pieno di rumore. «Fu il sesso ’l mio vessillo e la mia spada, or non v’è donna che mi renda onore.» E attorno a lui, in cerchio, a maglia rada, sfilaron le sue maschere, ben cento: una col papa-look, l’altra in strada col golf e il baston d’oro, lui portento coi capelli imbalsamati e finti, ogni maschera un ego, ogni ego un lamento. «Così si paga chi, tra i santi e i vinti, si fece Dio con voce da mercato, e trasformò le leggi in suoi dipinti» Virgilio, con sguardo compassato, mi spiegava, e disse: «O tu che scrivi, non prestar fede a chi si crede nato superior e invan si sogna ancor tra vivi... Costui fu re d’un regno di boria e fumo, e mentì tanto che si fecer livide perfin le sue virtù, al vizio in grumo, e fece legge ciò che gli piaceva, gettando verità nel più profondo fumo.» Ed io: «Ma come mai qui si giaceva vestito in casula e corona sagra, se il gran buffone fu che in mente aveva?» Rispose il maestro: «Non falsa magra è pena per chi le vesti del divino usurpò per la sua testa nel viagra. Vedi ch’ei porta un trench papalino, ma sotto ha carne bramosa e vil mente, ché usò il sacro a lucro suo meschino. Ecco il contrappasso: eternamente muta sembianze, ma resta confuso, ché ogni maschera è un volto demente.» Si scosse Trump, che alzando il viso ottuso gridò: «Fake news! Io sono incoronato! In Cielo del mio nome si fa uso!» Ma un vento nero l’avvolse affannato, e lo girò tre volte come un fiocco, poi lo lasciò nel fango abbandonato. «Così si paga l’orgoglio sciocco» disse Virgilio, «e chi sé stesso adora più che il vero, cadrà nel fondo tocco.» Restai a rimirar l’oscura gora, ché nuove ombre scendean da cerchi alti, vestite in panni d’oro, e voce sbora: parlavan tutte con modi spavaldi, ognuna certa d’essere regina, ma avean le mani a uncini, gli occhi saldi sulle proprie sembianze, come in vetrina. E dietro lor, seguiva un codazzo di specchi infranti in fila stretta e fina. Virgilio disse: «O figlio, tien lo spazzo lontano da costor che furon vivi dell’ombra vana e dell'uscita a cazzo. Cercarono applausi, sempre furtivi del vero senso, e come idoli vuoti visser per selfie, slogan e proclivi a ridurre il mondo a slogan beoti. Non amar altro che dispensar cagne, e in ciò sepolsero spirti devoti.» Poi vidi l’un che avea più boria in ragne: la bocca tesa in smorfia imperante, e nella mano un gallone e due pagne. Disse: «Io fui il primo a far tremar l’Atlante! Il mondo rise, ma contai i click!» E sprofondò tra i follower calante. Dissi: «Maestro, in questo...?»«Sic» «...giace il potere? Solo applausi cerca chi un tempo reggeva il mondo in un tic?» «Così fuor questi, e nulla li sterca ché non il nome loro eternamente appaia in fuoco e polvere che merca. Ma vieni or via, ché il passo ci consente veder ben altro, e qui puzza la suna che move i cuor superbi eternamente.» Scendemmo ancor, tra fumi senza luna, finché apparve una sala, falansterio di lussuria tra specchi e luce bruna. E là sedea su un trono d’adulterio un vecchio liso, lucido di smalto, che del culo flaccio fe' ministerio. Avea sul capo un cerchietto d’assalto con l’effigie sua in smalto e diamantino, e accanto a lui danzava un giro alto di donne di carne di vellutino. «Maestro mio» dissi, «chi è costui che par sorridere da un gabinetto divino?» Ed egli: «È colui che vendé per bui anni l’Italia al sogno televiso, e fe’ del corpo gioco proprio e altrui. Fu detto Silvio, il cavalier deciso, e nella vita ruppe ogni misura, mascherando il vizio col bel sorriso. Ma ora siede qui, tra smania e paura, ché quanto rise, piange in contrappasso - ogni bacio che diede gli è puntura.» E il dannato parlò, con strascico basso: «Ah, Carlon, tu che in versi stai salendo, sappi che il male è stare senza un sasso su cui posar lo show. Tuttora accendo i cuori come un canto popolare, ma qui niun applauso mi sta attendendo!» Poi si voltò, guardando un altar d’altare, dove un gran schermo trasmettea sua vita, e disse: «Rivedermi è mio penare.» Virgilio allora: «Lasciam la scena trita; ché i re dei sogni, quando più non sognano, diventan ombre nella polvere svanita.» Lascia, maestro, che chieda alla qui fogna s’oltre il dolor sente quanto fu bolo e quanto in vita meritasse gogna. «Tranquillo, anche allora fu solo» mi trattenne il duca mio, «di puttane e di leccaculo era il suo stuolo, e non sono le compagnie più sane per prender sonno in perfetta letizia: fingeva allegria, ma era un cane». |
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