789-790-791 - sonetti 586-7-8
Scomode le preferenze
O donne illustri, fior di Parlamento,
d’ogni bandiera e d’ogni dolce schiera,
tremate al suon de la preferenza vera
ché l’urna, ahi lassa, muta ogni argomento.
“È noto”, dite, “e sia monito e lamento,
che l’elettor preferisce, ancorché da galera,
il maschio; meglio la lista lusinghiera,
che il nome esposto al pubblico commento”.
Strana è questa fede nel voto eguale,
se poi temete il voto in libertà,
e ritenete il popolo un maiale.
Se pari in legge, in seggio e in dignità,
la paura d’una gara leale
vi fa pari e uguali solo a metà.
Oh donne di Palazzo, che in frotta,
da destra a manca tutte in coro state:
“Le preferenze no, che poi ci fate
finire dritte in mezzo alla pilotta”.
Dite: “È risaputo, è chiaro di botta,
che il popolo vota i maschietti a palate".
E allora state lì con le cazzate
dei listini, per lo scranno che scotta.
Ma come? Siete pari, dite voi,
coi diritti uguali e pure più avanti...
e adesso vi fa paura il voto coi
nomi? O ’sta storia del “tutte brillanti”
funziona solo se non scegliamo noi,
e il popolo tenete d’ignoranti?
Sentitele, le signore in Parlamento,
di tutti i colori e di tutti i gruppetti:
“Le preferenze? Macché, poveretti!
Ci rovinate il giochetto, cento per cento”.
Perché c’è il fatto storico violento:
“che il popolo vota solo i maschietti”.
E allora è meglio fare i numeretti
sulle liste, che lì comanda il vento.
E poi vi lamentate, eh? Siete “eguali”,
“potenti”, “rappresentanza di valore”...
ma appena c’è da sbattere l’ali
vi mettete a piagne e far le signore.
O siete forti, oppure non state a far
le vittime a comando e l’eroine a metà.
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