7 luglio 2026

789-790-791 - sonetti 586-7-8

Scomode le preferenze

O donne illustri, fior di Parlamento, d’ogni bandiera e d’ogni dolce schiera, tremate al suon de la preferenza vera ché l’urna, ahi lassa, muta ogni argomento. “È noto”, dite, “e sia monito e lamento, che l’elettor preferisce, ancorché da galera, il maschio; meglio la lista lusinghiera, che il nome esposto al pubblico commento”. Strana è questa fede nel voto eguale, se poi temete il voto in libertà, e ritenete il popolo un maiale. Se pari in legge, in seggio e in dignità, la paura d’una gara leale vi fa pari e uguali solo a metà.
Oh donne di Palazzo, che in frotta, da destra a manca tutte in coro state: “Le preferenze no, che poi ci fate finire dritte in mezzo alla pilotta”. Dite: “È risaputo, è chiaro di botta, che il popolo vota i maschietti a palate". E allora state lì con le cazzate dei listini, per lo scranno che scotta. Ma come? Siete pari, dite voi, coi diritti uguali e pure più avanti... e adesso vi fa paura il voto coi nomi? O ’sta storia del “tutte brillanti” funziona solo se non scegliamo noi, e il popolo tenete d’ignoranti?
Sentitele, le signore in Parlamento, di tutti i colori e di tutti i gruppetti: “Le preferenze? Macché, poveretti! Ci rovinate il giochetto, cento per cento”. Perché c’è il fatto storico violento: “che il popolo vota solo i maschietti”. E allora è meglio fare i numeretti sulle liste, che lì comanda il vento. E poi vi lamentate, eh? Siete “eguali”, “potenti”, “rappresentanza di valore”... ma appena c’è da sbattere l’ali vi mettete a piagne e far le signore. O siete forti, oppure non state a far le vittime a comando e l’eroine a metà.