21 gennaio 2026

755-6-7 - s. 557-8-9

Recalcati, il Fuffa guru

Nei teatri dei Desideri in posa Recalcati, un ierofante austero, con voce lenta e sguardo un po' severo spreme il Silenziö in forma di prosa. Ogni frase promette una gran cosa, ma gira a vuoto, leggero, il pensiero: mancanza, padre, Altro, Legge e Mistero mescolati ad minchiam filosofosa. Parole dense, ma a forza di vapori resta ben poco al fondo delle pirex: un'eco grave, fatta di rumori. E mentre il senso finge di apparire, il lettore resta tra mille ardori a domandarsi: “C'era da capire?”

Discorso 1

Cari, se mi seguite, il punto è chiuso: il soggetto non è dov'è lui stante, ma dove manca, e in questo suo atlante si genera il campo del non-concluso. Il Padre - attenzione - non va confuso col padre reale (questo è importante), ma con la funzione, sempre mancante, che opera là là dove uno è deluso. Ora, Lacan direbbe (Seminario, Libro X, ricordo rettamente) che il Desiderio è sempre secondario a una mancanza che precede il niente. E se non capite, è segno necessario: il senso, quando c'è, non è presente.

Discorso 2, con note

Il soggetto parla sol dove manca1, e nel mancare fonda il suo discorso; non dice ciò che è, ma il proprio dorso si piega dove l'Altro non lo stanca. Il Padre, funzione che non si affianca a nessun padre empirico2, è il corso che istituisce il limite e il concorso tra Legge e vuoto che il rimpianto sbanca. Come Lacan ci insegna3, il senso regge solo se differito, mai presente, poiché il presente, in quanto tale, è scemo. Se dunque non capite, è conseguente4: la prosa insiste, grave, e non corregge - perché a spiegare troppo, ecco, tremo.
1 "Manca" va inteso qui non come assenza semplice, bensì come struttura costitutiva del soggetto in quanto parlante.
2 È fondamentale non confondere il padre reale con la funzione del Nome-del-Padre.
3 Riempire la nota di considerazioni a cazzo... come le precedenti, così pure le seguenti.

Siamo nel luogo dell'Altro, che non è un luogo ma va detto come se lo fosse, perché dire "luogo" aiuta a non dire niente. Qui la parola non comunica: sanguina. Non perché qualcuno l'abbia ferita, ma perché è strutturalmente ferita, e dunque viva, e dunque mancante, e dunque giustificata a parlare per mezz'ora senza arrivare da nessuna parte. Il Padre tace, e questo silenzio viene immediatamente spiegato con grande abbondanza di parole, poiché il senso, come è noto, ama indugiare proprio dove non c'è. La mancanza viene così definita nel gesto stesso con cui si evita accuratamente di definirla, ripetendo la frase finché sembra profonda per sfinimento.
La prosa avanza allora grave e lenta, come se stesse trasportando qualcosa di enorme, salvo poi rivelare che sta portando il Nulla. Ma attenzione: non una volta sola. Il Nulla viene nominato tre volte, perché il vuoto, se non insiste, rischia di non essere preso sul serio. Il lettore, sospeso tra la Legge e una vaga pila di Cose Tolte, avverte che il senso forse si sta addormentando, mentre il discorso, completamente autosufficiente, continua ad ascoltarsi parlare con grande partecipazione.
Nel dire che si dice mentre si dice, infatti, la parola non parla: segnala. Segnala che ciò che manca.. manca!, informazione cruciale, che richiede almeno altre cinque frasi identiche. Il Padre è assente, e questo dato viene ribadito spiegando che ciò che conta non è il Padre, ma la sua assenza, la quale vale precisamente perché non vale niente di concreto. La Legge, a questo punto, nomina l'Altro: non per chiarire, ma per insistere, lentamente, come chi spiega qualcosa spiegando il fatto stesso che la sta spiegando.
E così la prosa, grave e trasparente come un vetro fumé, conclude rigorosamente nulla. Ma mentre conclude nulla, ci guarda. Seria. Annuisce. Solenne. Come a dire: se non hai capito, ha funzionato.