21 dicembre 2025 Povero Barbero | |
728 - s. 533 |
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C'è stato un tempo in cui Alessandro Barbero, per me, era sinonimo di Storia. Non “divulgazione”, non “intrattenimento culturale”: proprio Storia, quella fatta bene, raccontata con passione, rigore, ironia, umanità. La sua voce mi ha accompagnato per anni: mettevo su una sua lezione e mi ritrovavo a viaggiare nel tempo. Il passato prendeva forma e con esso anche il presente sembrava meno grigio. Forse è anche per merito suo che due anni fa mi sono iscritto alla facoltà di Storia.
Come tanti, mi ero fidato. Non solo di quello che sapeva, ma del modo in cui ragionava. Barbero non era solo uno che raccontava battaglie medievali: era uno che ti insegnava a non farti fregare dalle narrazioni semplici, dalle letture ideologiche, dai miti consolatori. E invece è esattamente lì che l'ho perso. Barbero non ha profili personali sui social. Formalmente è “assente”. Di fatto, è ovunque. Gruppi giganteschi, pagine con centinaia di migliaia di iscritti, contenuti rilanciati in continuazione. Attorno al suo nome si è costruito un universo: meme, citazioni, culto bonario del professore, estetica del divulgatore pop. Una comunità vera, affezionata, spesso genuinamente innamorata della Storia. Il problema è che in quegli stessi spazi, da anni, circolano anche contenuti politici molto precisi, spesso allineati alla propaganda russa sulla guerra in Ucraina, insieme a filoni no-vax e complottisti. E il nome che ricorre nella gestione di alcune di queste realtà è quello di Rolando Dubini, personaggio che in più occasioni ha espresso pubblicamente posizioni apertamente filorusse, riprendendo narrazioni ampiamente smentite o contestate sul conflitto. Barbero non è automaticamente responsabile di tutto questo. Ma quando la tua immagine è il collante di quegli ambienti, quando il tuo volto e le tue parole sono il carburante che tiene insieme comunità dove Storia e propaganda finiscono mischiate, il silenzio non è neutro. è una scelta. E lui ha scelto di non dire nulla. La vera frattura, però, non è solo l'ecosistema. Sono le sue parole. Alessandro Barbero è un medievista. Uno dei migliori, per carità. Ma il conflitto russo-ucraino non è il Trecento, non è la cavalleria, non è l'Impero bizantino. è Storia contemporanea, geopolitica, diritto internazionale, dinamiche post-sovietiche. Un campo che richiede strumenti, studi, competenze specifiche. E invece lui è entrato in quel terreno con la sicurezza di chi pensa che il proprio mestiere valga come lasciapassare universale. Il risultato? Frasi sugli attacchi russi che “non mirerebbero ai civili”, minimizzazioni delle spinte espansionistiche di Mosca, parallelismi storici tirati per i capelli, letture del conflitto che sembrano ricalcare – consapevolmente o meno – la narrativa del Cremlino. Questo non è "avere un'opinione". Questo è usare l'autorevolezza accumulata in un campo per legittimare letture discutibili in un altro. è revisionismo travestito da lezione di Storia. Se certe cose le dicesse uno studente a un esame serio di Storia contemporanea, verrebbe corretto senza troppi complimenti. Dette da lui, diventano video virali, clip condivise ovunque, munizioni perfette per chi vuole riscrivere il presente. A rendere tutto più amaro ci sono anche le sue comparsate pubbliche. Interventi in contesti dove il clima è apertamente indulgente verso la Russia di Putin, presenze accanto a figure che da tempo spingono letture giustificazioniste dell'invasione, consonanze evidenti con l'impostazione di Marco Travaglio, che sul conflitto ha adottato una linea notoriamente sbilanciata contro l'Ucraina e l'Occidente. Non stiamo parlando di un inciampo occasionale. Stiamo parlando di una traiettoria. Di una collocazione culturale che, pezzo dopo pezzo, lo ha portato a essere un riferimento anche per ambienti che della Storia fanno un uso politico spregiudicato. Ed è qui che la delusione diventa qualcosa di più cupo. Perché Barbero è lo stesso che ha raccontato la Resistenza, l'antifascismo, la lotta contro gli invasori. è lo stesso che ha spiegato quanto le parole, le narrazioni, i miti tossici possano preparare il terreno alle tragedie. E ora lo ritrovi, di fatto, in sintonia con narrazioni che relativizzano un'invasione, che spostano le colpe sull'aggredito, che parlano di “nazisti” a Kiev con una leggerezza che dovrebbe far tremare le mani a chiunque faccia Storia. La parola è questa: tradimento. Non politico. Personale. Mi sento come chi scopre che il professore che stimava di più, quello che ti ha fatto amare una materia, fuori dall'aula ragiona in modo superficiale proprio sulle cose più gravi. Non smette di essere competente nel suo campo, ma perde qualcosa di fondamentale: la fiducia. Continuo ad ascoltare qualche vecchia lezione, a volte. E funzionano ancora. Sono belle, intelligenti, vive. Ma sopra c'è una patina di malinconia. Perché ora so che quella voce, quando esce dal suo secolo di competenza, può diventare veicolo di letture che non condivido e che trovo pericolose. L'idolo è caduto. E forse è giusto così. Barbero è un uomo, non un monumento. Ma proprio perché è un uomo, dovrebbe rispondere. Chiarire i suoi rapporti con chi usa la sua immagine in certi contesti. Spiegare fino in fondo le sue posizioni, senza ambiguità, senza il paracadute del “io faccio solo lo storico”. Perché fare Storia è una cosa. Usarla male nel presente è un'altra. Ed io, oggi, Alessandro Barbero non riesco più a guardarlo con gli occhi di prima. Addio prof, buona vita. Claudio Albertazzi |
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