14 gennaio 2026

745 - s. 548

Nostra Signora dei vuoti

Nel tempio del talento addestrato si piange a tempo, si sorride a comando, l'anima entra in scena già col fiato tarato sul giudizio del telecomando. C'è chi corteggia come fosse un bando, chi ama a rate, con contratto allegato, chi spedisce il cuore, assicurato, sperando in un perdono teleguidato. Son volti in cerca d'una forma sola: essere visti, anche senza pensiero, parlar forte dove manca parola. Non sono mostri, né eroi davvero: sono il pubblico preso per la gola, che scambia il vuoto per destino intero.
746 - s. 549

Amici

Nel vivaio del talento in scatoletta si annaffia il pianto a giorni alternati, il coach pota l'anima imperfetta finché aggiusta i sogni sponsorizzati. Qui l'arte è fitness, l'estro una ricetta, gli errori servon solo se montati, la voce trema? Bene, è già perfetta: emozione pronta, il voto ai giurati. Sennò si studia il pianto calibrato, la posa vera che sembri sincera, l'errore giusto, purché programmato. Non nascon geni: nasce una maniera, un io vendibile, ben addestrato, che balla il vuoto di quello che era.

747 - s. 550

Uomini e donne

Nel mercato del cuore, alle tre, si sceglie l'amore intercambiabile, tra sguardi furbi e frasi in déshabillé dal magazzino emotivo acquistabile. Qui il desiderio parla per cliché, la gelosia è un format replicabile, si ama chi urla meglio “perché” e il sentimento dev'essere urlabile. Non cercano l'altro, ma sol lo specchio che confermi l'ego d'un lustro bianco, meglio se bello, meglio se parecchio. È un ballo a vuoto, ripetuto, stanco: si esce in due, ma resta sempre il vecchio amore unico - sé stessi - in fianco.

748 - s. 551

C'è posta per te

Arriva il dramma in busta sigillata, con mittente: per colpa, o nostalgia, la storia è già emotivamente armata, pronta a sparare lacrime in regia. Qui il perdono ha durata contrattata, se non piangi aggiungiamo un morto in scia, un figlio, un cane, una madre scosciata, ma per massimizzare l'empatia. Non si ripara ciò che s'è spezzato, si mostra il crack, lo si rende evento, il dolore diventa risultato. La busta s'apre, resta il sentimento fuori campo, intatto e irrisolto: piange la scena, non il pentimento.
Non ho mai amato MDF. Ho sempre pensato che si accompagnasse al vecchio bavoso per averne in cambio la possibilità di fare la televisione, la sua televisione, costruita sul pettegolezzo e pensata per tirar fuori il peggio dalle persone, per solleticare la vanità della popolarità, sublime scorciatoia. In un periodo in cui i vantaggi che derivano dall'essere popolari compensano abbondamente gli svantaggi che seguono dal risultare al pubblico deficienti, ridicoli, bugiardi o pettegoli, lei ha cavalcato il mezzo e l'onda, portando alla ribalta figurini e figurette che ora inflazionano l'immaginario collettivo. La chiamano "la Signora della Tivù" ma perché i suoi programmi, solleticando i peggiori istinti, garantiscono l'audience che Mediaset coltiva e di cui ha bisogno per vendere la sua pubblicità.

In Amici l'anima dei poveretti (cui un qualche talento non manca) è merce molto più del talento stesso, il cervello un'opzione (lo si può scusare nei ragazzetti, la cui corteccia prefrontale è in formazione, non nei coach), e in generale funziona di più piangere a tempo che dimostrare due neuroni. L'ego si masturba davanti alle telecamere, il maestro fa da prete, da boia, da motivatore, e vende la sua redenzione a rate. I ragazzetti sembrano liberi ma sono cani col collare, ribelli purché muti e ben pettinati, diversi tutti uguali fino a far male. Escono convinti d'essere stati scelti, ma sono carne da palinsesto. Cantano e ballano il nulla e ringraziano pure per i calci che ricevono. Il fatto che tutto questo non pesi a loro e alle loro famiglie è dimostrato dal fatto che in un sondaggio che chiedeva ai giovani chi eventualmente preferissero come Presidente di Commissione per l'Esame di maturità, MDF si è classificata al primo posto. (Non diversamente, un sondaggio di alcuni anni fa indicava in Jerry Scotti il professore di scuola superiore più desiderato.)

In Uomini e donne, bordello sentimentale del pomeriggio (un vero suk dell'ormone) si scopa l'amore con un vocabolario minimo; è un porcile sentimentale in cui si grufola tra urla e botulino.
Lui in generale è un ego con la barba e zero linguaggio, cerca una mamma con tette e prestigio, lei è un curriculum emotivo a tempo pieno, e cerca visibilità, non certo un coglione. Il dialogo è una scoreggia morale, si ama per turni, a volume massimo; la gelosia è una medaglia al valore, anche se le gelosie sono prefabbricate in serie; chi pensa stona nel gruppo e viene visto come difetto di fabbrica grave, ma in generale lì non va; chi sbraita è virale; l'imbecille convinto diventa un signore. Vince chi sbava più forte sul letto dell'ego. Parlano e parlano di amore, si scambiano corpi, promesse e dignità ma il cuore è una scusa, il fine è lo specchio, l'altro è un oggetto da usare e buttare, la dignità muore al primo applauso. L'unica cosa che si portano stretta al petto è il proprio riflesso: vuoto, ma popolare.

In C'è posta per te la merda arriva con timbro solenne: “Ti sputtano in diretta ma con affetto”, il dolore è un gadget, la colpa un souvenir, la vergogna un effetto speciale perfetto. Qui il perdono è un teatrino di cartone; se uno piange poco allora si alza il volume del trauma, si butta in mezzo un morto, una maledizione, qualcosa che faccia schizzare il genitore, o il figlio. L'incontro non cura, semplicemente mostra oscenamente la piaga, la sofferenza è arredamento emotivo, la vita reale resta fuori.