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Il montagnardo Montanari e i suoi fratelli
O musa cane, prestami favella,
ch'io canti in rime d'aspra e greve tinta
le genti che fan guerra alla lor stella.
Vedo levarsi, con baldanza finta,
Giuseppe Conte, che invoca primarie,
ringalluzzito d'altrui gloria cinta;
e dietro lui, tra vane e dubbie arie,
Elly Schlein farsi quasi ancella muta,
con Gianni e Pinotto d'AVS carie.
E pare a me che quella schiera astuta
sia guidata, non da chi si noma,
ma dalla penna che verità tramuta
del Travaglio ch'altrui corona doma.
Qual legge è questa, ch'un minor consesso
detta il cammino a sì gran corpo e soma?
E Schlein, che sorride con volto oppresso,
pare un'Agar senza angelo conforto,
grata del fato che il PD avéa fesso.
“Farem programmi”, dicon, ma io assorto:
chi scriverà di guerre e di confini?
Forse Sergej Lavrov faccia di morto?
Portano poi, tra lumi e tra festini,
la face di salvatori del mondo,
ma il campo è largo a troppi fini,
tanto che pare, in giro sì giocondo,
quasi un Eliso falso e senza pace,
dove il plurale regna senza fondo.
E se i responsi dan Conte verace
come duce di tal coalizione,
non so se il PD goda e si compiace
di masochista antica tradizione,
o se l'offerta sia, qual sacrifizio,
a un dio d'inchiostro e di narrazione.
Vedo nascere, in quel torbido vizio,
genti che a Mosca volgono il pensiero
credendolo di libertà propizio;
e producono, in sì strano impero,
non Montagnardi d'ardimento acceso,
ma un gregge d'eco fiacco e men severo.
E tra costor, con zelo mal compreso,
sta Tomaso Montanari di voce trista,
da partigian vestito e core illeso,
trito inconcludente antifascista
un tra gli ospiti dello sbarellato
D'Orsi contro “il governo nazista
di Zelensky”, incontro poi annullato
dai salesiani, vista l'irritante
logica che animava il tristo lato;
ma, il suo, pare a me grido discordante,
poiché chi loda libertà lontana
altre resistenze offende distante.
“O falso, - dico - come mente umana
può vilipender chi difende il suolo
e scusar chi l'invade con tal brama?”
E perciò temo, in profetico duolo,
ministeri assegnati a quattro scemi:
la Cultura data al Montanar a nolo,
la Difesa al vile Orsini dei patemi,
e al sub Di Battista dai falsi nomi
gli Esteri come il maggior dei problemi.
Il partito, tra ombre e mezzi automi,
invano segue unità qual servo muto,
teleguidato da D'Alema e Bettini, domi
a Pechino. Per piegare il temuto
governo fascista di Meloni bino
s'affidano ai fascisti del venduto
Movimento 5 Stelle meschino,
consegnandogli le chiavi del partito,
col ruolo di zerbini del Cremlino.
E per fuggir un centrista aborrito,
che gli estremismi terrebbe a bada,
offron le chiavi al capo pervertito.
Allora, penso, se questa è la contrada
della sinistra nuova e sua dimora,
meglio esser senza patria e senza strada.
Sulla rive gauche attenderò tutt'ora
che il fiume porti i corpi dei nemici:
ben li vedrò, ché galleggiano ancora.
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